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Il processo di riforma del mercato del lavoro in Italia

Fino al 1997 in Italia il mercato del lavoro era sottoposto al regime del collocamento obbligatorio gestito da uffici pubblici. Tale regime era disciplinato addirittura da una legge del 1949, che vietava a qualsiasi soggetto non statale l'esercizio della mediazione tra offerta e domanda di lavoro subordinato, anche quando tale attività fosse svolta gratuitamente. In una simile situazione di monopolio statale e di non adeguamento ai cambiamenti intercorsi nell'arco di cinquant'anni nel mondo del lavoro era pressoché inevitabile che si generasse un sistema di collocamento arretrato e assolutamente inefficace. Solo negli ultimi cinque anni la realtà sta progressivamente cambiando, anche se con una lentezza, sia legislativa che operativa, tipica della realtà italiana. Dopo che il nostro paese è stato "messo in mora" dall'Unione Europea, perché il monopolio statale del collocamento contravveniva a più di una direttiva, si è provveduto all'emanazione di una prima disciplina del mercato del collocamento che ha trovato principale espressione nel decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469. Esso nelle sue linee guida prevede:

  • il conferimento alle regioni e agli enti locali delle funzioni e dei compiti relativi al collocamento e alle politiche attive del lavoro, con il conseguente trasferimento di personale e strutture dal Ministero del Lavoro;
  • la definizione di alcuni criteri e principi direttivi del sistema per il lavoro;
  • la possibilità per strutture organizzative idonee di svolgere l'attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro;
  • la creazione di un Sistema Informativo Lavoro - SIL, il quale avrebbe dovuto costituire lo strumento principe per l'esercizio delle funzioni di indirizzo politico - amministrativo nel collocamento.
  • A prima vista quindi una serie di direttive che avrebbero dovuto migliorare l'erogazione dei servizi all'impiego. In realtà a distanza di alcuni anni possono essere fatte delle valutazioni di insieme che mostrano una situazione abbastanza negativa. Per quanto riguarda l'aspetto del decentramento esso è stato attuato nel 1999, dove all'incirca il 70% del personale del Ministero del Lavoro è stato trasferito a regioni e province e così anche per le sedi e per le strutture. Ma a ben osservare la situazione, ci si accorge che a tale trasferimento di uomini e mezzi, non è corrisposto anche un trasferimento di quelle risorse finanziarie e non, che sono indispensabili per un reale aggiornamento del sistema. Le regioni e le province si trovano così a dover gestire dal nulla edifici obsoleti e bisognosi di un restailing pressoché totale, infrastrutture di servizio (Strumenti informatici - Hardware e software, reti di comunicazione) assolutamente non al passo con le nuove esigenze. Dagli ultimi dati disponibili, infine, si evince che il servizio pubblico, se pur riformato continua ad inserire nel mondo del lavoro percentuali molto basse di soggetti in cerca di lavoro, mentre la maggior parte dei lavoratori si affida a pratiche personali, quali amicizie, raccomandazioni. Inoltre anche da un punto di vista della qualità dei servizi offerti, va sottolineato che proprio la mancanza di risorse, strutture adeguate, quali ad esempio un sistema informativo integrato a livello locale e nazionale limita molto la possibilità di erogare un servizio adeguato, costringendo spesso gli utenti a notevoli sforzi per raggiungere risultati che potrebbero essere ottenuti con tempi e modalità drasticamente migliori.